Il 3 marzo 1992, esattamente trentatré anni fa, ci lasciava Maria Grazia “Lella” Lombardi, ad oggi l’unica pilota donna ad avere preso punti nella storia del Mondiale Formula 1. Mezzo punto, per essere precisi, ottenuto per il sesto posto conquistato nel tragico Gran Premio del 1975, disputato sul circuito stradale del Montjuich e interrotto per la morte di quattro spettatori colpiti dalla monoposto di Rolf Stommelen. Perciò a Lella fu assegnato mezzo punto invece di quello intero all’epoca riservato al sesto classificato.
Un “taglio” che non sminuisce affatto il valore della campionessa di Frugarolo (AL), che dal 1974 al 1976 prese il via in 12 gran premi validi per il Mondiale (con March e Brabham) ma anche ad altre gare fuori campionato oltre che alla 24 Ore di La Mans 1980 e al campionato di F. 5000. Proprio per ricordare lo spessore della persona prima ancora della Lella pilota, ho voluto riprendere le interviste fatte alcuni anni fa a due persone che l’hanno conosciuta in modo profondo: Luigi Marchesi, suo meccanico dagli inizi fino alla soglia della F. 1, e Giusy Mutti, che insieme al marito Bruno Remondi, ha portato avanti per anni il sogno di Lella di un team con il suo nome: Lella Lombardi Autosport, che aveva come simbolo un Colibrì. Team per il quale il sottoscritto ha avuto il privilegio di disputare alcune gare nel 2004.
«Negli anni ‘70, la domenica mattina quando non c’erano gare in programma, all’Autodromo di Monza si svolgevano delle prove libere – racconta Luigi Marchesi -. Una di queste mattine mi trovavo nei box a chiacchierare con Vittorio Brambilla quando arrivò una ragazza con una monoposto di F3 sul carrello. Vittorio mi chiese di darle una mano e al termine delle prove lei mi disse che stava cercando un meccanico proponendomi, nonostante io non avessi esperienza specifica di monoposto, di seguirgli la macchina. Era Lella Lombardi. Io naturalmente accettai. Adattammo un furgone Fiat 238 per il trasporto della monoposto e con una roulotte al traino affrontammo le due stagioni successive: 1972 con la Lotus 69 e 1973 con la Brabham BT41. Poi, nel ’74, mi volle come meccanico di riferimento nel team inglese con il quale disputò la F. Aurora. Avrebbe voluto portarmi anche alla March F. 1 l’anno dopo, ma avendo anche una figlia piccola non me la sentii di trasferirmi».
Com’era Lella
“Molto professionale. Una perfezionista. Non smetteva di provare finché non otteneva la messa a punto che desiderava. Basti dire che ero l’unico, nell’Italiano di F. 3, ad avere sul furgone una cassa con un centinaio di molle diverse. Grazie alla sua pignoleria ho imparato il metodo di lavoro professionale. E poi aveva pure un bel piede ed era una tosta, che non si tirava indietro nella bagarre. A Monaco, nel ’72, c’erano oltre 100 macchine iscritte al GP di F. 3, per arrivare in finale bisognava superare diverse batterie di qualificazione. Superammo le pre qualifiche con il 13° tempo su 60 macchine, ma la mattina della gara si presentò pallida come un cencio: purtroppo sono una donna, mi disse. Dovetti aiutarla per calarsi in macchina ma nonostante tutto sfiorò la qualificazione classificandosi 11.ma”.
NEL NOME DI LELLA
Oltre al nome della squadra Giusy Mutti ha ereditato da Lella Lombardi la grande passione e la caparbietà necessaria per arrivare alla vittoria.
Com’è iniziata?
“Bruno e Lella si conobbero nel team di Imberti – racconta Giusy -, dove lei correva come pilota ufficiale Alfa Romeo e lui si occupava della sua vettura come meccanico. Giorno dopo giorno si creò un forte affiatamento grazie ad una intesa perfetta sul metodo di lavoro, perciò fu quasi naturale che quando Lella, a fine ’87, decise di fondare una propria squadra pensò di affidare proprio a Bruno la responsabilità della parte tecnica”.
E il primo compleanno della neonata squadra fu festeggiato con un regalo adeguato: il titolo tricolore di classe N1, conquistato da Eugenio Corsini al volante della Sierra Cosworth sulla quale in alcune occasioni si alternò anche Lella.
C’è un ricordo particolare di quell’esordio felice?
“A Pergusa, durante una delle gare Endurance alla quale partecipò, Lella si dovette ritirare all’ultimo giro per un problema al motore e il pubblico, che allora seguiva numeroso le gare del Civt, cominciò a scandire a gran voce il suo nome. Lella si emozionò a tal punto da mettersi a piangere come una bambina, anche perché sapeva che il progredire della malattia che l’aveva colpita non le avrebbe più permesso di correre”.
Come affrontò questa battaglia?
“Lei aveva una grandissima voglia di vivere, e di vivere nell’ambito delle corse. Perciò, quando la malattia l’aggredì in maniera sempre maggiore Lella reagì buttandosi a capofitto nelle corse, sempre più coinvolta in tutti gli impegni legati alla gestione della squadra. Tanto che l’avanzare della malattia lo potevamo notare solamente dal fatto che gli creava problemi fisici ed anche quando fu costretta a letto in ospedale cercò sempre di darci la carica per andare avanti. D’altronde faceva parte del suo carattere ed anche quando capì di aver perso la battaglia uno dei suoi ultimi pensieri fu per le corse: ci chiese di conservare il nome alla squadra, perché il suo desiderio era quello di continuare a vivere nelle corse. Naturalmente siamo stati onorati di questo e mi viene da pensare che da lassù ci abbia anche dato una mano, perché col suo nome abbiamo vinto diversi campionati”.
Anche una bella responsabilità?
“Certo, ma è una questione di orgoglio. Purtroppo mi dispiace che quando vengono ricordati i grandi nomi dell’automobilismo ci si dimentichi di Lella, che invece ha fatto davvero molto per l’automobilismo italiano; non solo per il fatto di essere stata in F. 1 ma soprattutto per aver vinto molto anche all’estero. Non a caso capita molto più spesso all’estero che vedendo il nome sul camion ci chiedano di Lella”.
Quali obiettivi si era prefissata Lella in veste di team manager?
“Certamente lei voleva vincere e sono convinta che se avesse potuto continuare, e magari una Casa l’avesse aiutata, col suo carattere sarebbe riuscita a far crescere dei giovani piloti meritevoli. Anche perché lei aveva dovuto fare la gavetta per imporsi, quindi sapeva cosa significa fare i sacrifici per correre e apprezzava chi lo faceva. Purtroppo non ha avuto il tempo necessario per realizzare il suo sogno. Però, penso che nell’ambiente odierno delle corse non si sarebbe trovata a proprio agio”.
Cosa ricorda in particolare di Lella?
“Senz’altro la sua voglia di vivere e la gioia che aveva negli occhi, che trasmetteva serenità. Inoltre aveva una carica umana ed una semplicità notevoli, tanto da trovarsi quasi in imbarazzo quando qualche appassionato le chiedeva un autografo”.